Nove e venti

Ahi che terribili nove della sera. Erano le nove (e venti) precise, le nove e venti a tutti gli orologi quando la sagoma di un eroe che non sorride s’è stagliata al margine dell’arena. E mentre il silenzio chiudeva sedicimila bocche, e sbarrava sedicimila paia d’ occhi, e il tempo sembrava essersi fermato su tutta l’arena, lui alzava una palla che nessuno poteva prendere, e nel silenzio andava a gonfiare la rete, e poi un urlo liberatorio da sedicimila bocche raccontava che sì, stavolta la sorte era con il Brescia, e il sogno inseguito e sognato mille volte stavolta sarebbe diventato realtà.
Erano le nove (e venti) precise della sera quando Davide Possanzini ha sbloccato il risultato di Brescia-Torino, scacciato i fantasmi di Livorno, cominciato a dare volto, anima, cuore e aritmetica alla partita del Brescia. La partita perfetta che ci voleva è infine arrivata.
Erano le nove e venti precise della sera quando, senza sangue e senza arena, è cominciata l’agonia del Toro: sì, l’indomito cuore granata, quello del mito e delle imprese, della sofferenza e del lungo purgatorio in B, arrivato a Brescia sull’onda di polemiche carognette e un po’ meschine, con duemilaottocento tifosi tetragoni agli schiaffi del calcio e della sorte, con il sindaco Sergio Chiamparino e il procuratore generale Giancarlo Caselli (maglia rigorosamente granata sotto la giacca) a fare da numi tutelari, appena defilati in tribuna.
A svelenire le ruggini di Torino, e della squalifica comminata e poi revocata a Bianchi per l’ imprecazione malandrina, è stato il tifoso solitario che nella curva granata ha issato la scritta «zio c’è». Malinconicamente rovesciata, alla fine, in un imprecatorio «zio cane».
Brescia ha risposto schierando tutta la città industriale e istituzionale, bancaria e imprenditoriale sulle tribune del Rigamonti, con mezza giunta comunale in maglietta biancazzurra, distinti docenti a sbracciarsi come ragazzini, compunti banchieri e dirigenti d’azienda a fare la ola manco fossero ultras della curva.
Sì, erano le nove e venti a tutti gli orologi quando la partita del Brescia ha cominciato a tingersi dei colori del mito, ad assumere i contorni dell’impresa, a rimandare i bagliori della storia. A raccontare la scena non c’era però un poeta andaluso dal destino fatale ma cronisti accaldati, giornaliste descamisade e generose di abbracci, ugole arrochite dalla gioia e dallo strazio, compunti esperti delle tattiche calcistiche che hanno tifato spudoratamente. Come ultras. Tanti avrebbero voluto complimentarsi con Gino Corioni, l’uomo solo al comando, ma lui – sostenuto da un cardiotonico invidiabile – ha scelto di soffrire da solo, rannicchiato in panchina, a vivere in solitaria una partita che per lui – e solo lui – poteva aprire il baratro finanziario o l’olimpo milionario dei diritti della A.
Sì, la partita perfetta riporta la Brescia del calcio (e non solo) al rango che compete alla terza potenza industriale d’Italia. L’anno prossimo, sul rettangolo del Rigamonti, sulle tribune scalcagnate delle mille imprese, delle mille sofferenze, delle gioie scarne e perciò più belle, sfileranno non più il Crotone e il Grosseto ma gli squadroni da Champions.
Nella sfida fra le due città operaie, quella della Fiat e quella dell’Iveco, quella delle Olimpiadi e quella che fatica a mettere assieme una cittadella dello sport, quella di Cavour e quella di Zanardelli, quella di don Bosco e quella di Montini, alla fine ha prevalso la seconda. La nostra.
Il merito? A giudicare dalla partita perfetta di ieri al Rigamonti, il merito è degli undici leoni scesi in campo, del tecnico che li ha schierati, del presidente che per un anno e più li ha coccolati, strigliati quando serviva, spronati come un padre. A voler scegliere un’icona della partita perfetta di ieri viene in mente Vass, col suo calcio danubiano innervato da rabbia magiara, oppure capitan Possanzini da Loreto miracolato nei piedi e nella generosità infinita di gioco, o il gavardese Zambelli dall’indomita fede biancazzurra che su facebook aveva promesso «stasera Toro allo spiedo», o il bravo Arcari che ha respinto (quasi) tutte le incornate granata.
Se oggi un’intera città può permettersi di guardare dall’alto in basso, senza deferenza e senza soggezione, città come Bergamo e Verona il merito è anche loro. Ahi che terribili nove della sera. Belle. Terribili. E indimenticabili.

(Massimo Tedeschi, fonte www.bresciaoggi.it)

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2 Risposte

  1. Siamo grandi Tatino! 😀

  2. Magico Brescia!

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