Impresa mondiale

Sì, avete letto bene: impresa mondiale. Già, perché gli uomini che hanno rappresentato l’Italia ai mondiali in Sudafrica sono riusciti a compiere qualcosa di storico: per la prima volta da quando esistono i mondiali la nostra Nazionale è riuscita a tornare a casa senza vincere una partita!

Sono andato a riprendere tutti i miei almanacchi, e ad eccezione di due edizioni (nel 1930 e nel 1958) nelle quali l’Italia non partecipava, in tutte le altre almeno una partita l’avevamo vinta… Ma del resto, la nostra storia è piena di figuracce: basti pensare alle due Coree…

Inutile dire che sul web le battute sugli azzurri si sono sprecate. Se si considera poi che abbiamo la (poco) gradita compagnia della Francia allora veramente si tocca l’apice: ad esempio, finale anticipata Italia-Francia all’aeroporto!

Ma che dire di questo mondiale? Un torneo che, oltre che per la prova incolore dei nostri, verrà ricordato anche per uno strumento di tortura che ha massacrato le orecchie (e non solo quelle) di milioni di tifosi in tutto il mondo: le famigerate VUVUZELAS! Che poi tutti le odiano e le criticano, ma sapeste quanti soldi stanno facendo le imprese che le producono…

Nove e venti

Ahi che terribili nove della sera. Erano le nove (e venti) precise, le nove e venti a tutti gli orologi quando la sagoma di un eroe che non sorride s’è stagliata al margine dell’arena. E mentre il silenzio chiudeva sedicimila bocche, e sbarrava sedicimila paia d’ occhi, e il tempo sembrava essersi fermato su tutta l’arena, lui alzava una palla che nessuno poteva prendere, e nel silenzio andava a gonfiare la rete, e poi un urlo liberatorio da sedicimila bocche raccontava che sì, stavolta la sorte era con il Brescia, e il sogno inseguito e sognato mille volte stavolta sarebbe diventato realtà.
Erano le nove (e venti) precise della sera quando Davide Possanzini ha sbloccato il risultato di Brescia-Torino, scacciato i fantasmi di Livorno, cominciato a dare volto, anima, cuore e aritmetica alla partita del Brescia. La partita perfetta che ci voleva è infine arrivata.
Erano le nove e venti precise della sera quando, senza sangue e senza arena, è cominciata l’agonia del Toro: sì, l’indomito cuore granata, quello del mito e delle imprese, della sofferenza e del lungo purgatorio in B, arrivato a Brescia sull’onda di polemiche carognette e un po’ meschine, con duemilaottocento tifosi tetragoni agli schiaffi del calcio e della sorte, con il sindaco Sergio Chiamparino e il procuratore generale Giancarlo Caselli (maglia rigorosamente granata sotto la giacca) a fare da numi tutelari, appena defilati in tribuna.
A svelenire le ruggini di Torino, e della squalifica comminata e poi revocata a Bianchi per l’ imprecazione malandrina, è stato il tifoso solitario che nella curva granata ha issato la scritta «zio c’è». Malinconicamente rovesciata, alla fine, in un imprecatorio «zio cane».
Brescia ha risposto schierando tutta la città industriale e istituzionale, bancaria e imprenditoriale sulle tribune del Rigamonti, con mezza giunta comunale in maglietta biancazzurra, distinti docenti a sbracciarsi come ragazzini, compunti banchieri e dirigenti d’azienda a fare la ola manco fossero ultras della curva.
Sì, erano le nove e venti a tutti gli orologi quando la partita del Brescia ha cominciato a tingersi dei colori del mito, ad assumere i contorni dell’impresa, a rimandare i bagliori della storia. A raccontare la scena non c’era però un poeta andaluso dal destino fatale ma cronisti accaldati, giornaliste descamisade e generose di abbracci, ugole arrochite dalla gioia e dallo strazio, compunti esperti delle tattiche calcistiche che hanno tifato spudoratamente. Come ultras. Tanti avrebbero voluto complimentarsi con Gino Corioni, l’uomo solo al comando, ma lui – sostenuto da un cardiotonico invidiabile – ha scelto di soffrire da solo, rannicchiato in panchina, a vivere in solitaria una partita che per lui – e solo lui – poteva aprire il baratro finanziario o l’olimpo milionario dei diritti della A.
Sì, la partita perfetta riporta la Brescia del calcio (e non solo) al rango che compete alla terza potenza industriale d’Italia. L’anno prossimo, sul rettangolo del Rigamonti, sulle tribune scalcagnate delle mille imprese, delle mille sofferenze, delle gioie scarne e perciò più belle, sfileranno non più il Crotone e il Grosseto ma gli squadroni da Champions.
Nella sfida fra le due città operaie, quella della Fiat e quella dell’Iveco, quella delle Olimpiadi e quella che fatica a mettere assieme una cittadella dello sport, quella di Cavour e quella di Zanardelli, quella di don Bosco e quella di Montini, alla fine ha prevalso la seconda. La nostra.
Il merito? A giudicare dalla partita perfetta di ieri al Rigamonti, il merito è degli undici leoni scesi in campo, del tecnico che li ha schierati, del presidente che per un anno e più li ha coccolati, strigliati quando serviva, spronati come un padre. A voler scegliere un’icona della partita perfetta di ieri viene in mente Vass, col suo calcio danubiano innervato da rabbia magiara, oppure capitan Possanzini da Loreto miracolato nei piedi e nella generosità infinita di gioco, o il gavardese Zambelli dall’indomita fede biancazzurra che su facebook aveva promesso «stasera Toro allo spiedo», o il bravo Arcari che ha respinto (quasi) tutte le incornate granata.
Se oggi un’intera città può permettersi di guardare dall’alto in basso, senza deferenza e senza soggezione, città come Bergamo e Verona il merito è anche loro. Ahi che terribili nove della sera. Belle. Terribili. E indimenticabili.

(Massimo Tedeschi, fonte www.bresciaoggi.it)

E ora son cavolacci amari…

Il pareggio di ieri tra Italia e Romania ha ridimensionato non poco le ambizioni degli Azzurri di vittoria degli Europei. Nella prossima (e ultima del girone) gara dovremo infatti battere la Francia (detto niente…) e sperare. Sì perché la vittoria sugli odiati cugini d’Oltralpe potrebbe non bastare. Così come invece potrebbe bastare anche un pareggio: paradossale, ma è così. Vediamo come…

Come detto, la vittoria dell’Italia potrebbe non bastare. La classifica vede infatti l’Olanda prima con 6 punti, seguita dalla Romania a 2 e da Italia e Francia a 1. Considerando che la vittoria vale 3 punti l’Olanda può permettersi di perdere l’ultima gara che tanto è prima comunque. Il problema è proprio questo: l’avversaria degli Orange è proprio la Romania, che vincendo si garantirebbe il passaggio del turno. A quota 5 infatti sarebbe irrangiungibile sia dall’Italia che dalla Francia, che possono al massimo arrivare a 4. Inoltre l’Olanda avrebbe tutto di guadagnato a favorire la Romania, poiché mantenendo la vetta del girone eliminerebbe in un sol colpo i campioni e vice-campioni del mondo uscenti. Tuttavia anche la Romania deve metterci del suo e superare una squadra che ha rifilato 3 gol a noi e 4 ai francesi: una missione non impossibile, ma per nulla facile. E se non ci riuscisse? In questo caso la nostra partita può diventare fondamentale. Mettiamo caso ad esempio che Olanda e Romania pareggino: i primi andrebbero a 7 punti, i rumeni a 3. In questo caso, se dovessimo pareggiare coi francesi la Romania sarebbe ancora qualificata, ma se dovessimo vincere passeremmo noi a quota 4. Dovessimo invece perdere passerebbe la Francia, sempre a 4. E se la Romania dovesse perdere?

Dovesse l’Olanda vincere anche l’ultima gara andrebbe a 9 punti, lasciando i rumeni a 2. La vincitrice di Italia-Francia salirebbe a 4 qualificandosi, ma si tratta di una gara che può benissimo finire in pareggio. Così fosse ci sarebbero 3 squadre a 2 punti. Una si qualifica: quale? Non tutti sanno che in caso di arrivo a pari punti conta sempre lo scontro diretto, e in caso di ulteriore parità la differenza reti. Dovesse persistere la parità avrebbe la meglio quella che ha segnato più gol, e nel caso estremo conterebbe il coefficiente attribuito ad ogni nazionale. Dovessimo arrivare tutte e 3 a pari punti conterebbero perciò gli scontri diretti tra le sole 3 squadre interessate. La classifica specifica ci metterebbe tutti a pari punti, e trattandosi di tutti pareggi avremmo tutte la stessa differenza reti (zero, poiché le reti segnate sono uguali a quelle subite). E allora? Dipende.

Se Italia-Francia dovesse finire 0-0 la classifica direbbe: Italia e Romania un gol fatto e uno subito, la Francia zero. Perciò, vista la parità tra noi e rumeni (con cui abbiamo pure pareggiato) si andrebbe a vedere la differenza reti generale (ossia comprensiva degli incontri con l’Olanda): in questo caso passeremmo noi solo se la Romania uscisse sconfitta con gli Orange per almeno 3-0 (in questo caso conterebbe il nostro migliore coefficiente) o con almeno 4 gol di scarto (un 4-1 premierebbe i rumeni, che con la nostra differenza reti avrebbero segnato di più). Se però Italia-Francia finisse 1-1 o 2-2 e così via allora cambierebbe tutto: in tutti questi casi l’Italia vincerebbe la classifica a 3 coi rumeni in quanto avrebbe sempre segnato più gol degli altri (ad esempio, nel caso di 1-1, gli Azzurri avrebbero segnato 2 gol, francesi e rumeni uno). Perciò passeremmo noi, anche se la Romania dovesse perdere anche solo 1-0. Certo però che le Federazioni ne hanno inventate di menate cervellotiche… 😕

Ricordo che le due partite si giocheranno in contemporanea, perciò nessuno potrà fare calcoli partendo dal risultato dell’altra gara. A scanso di equivoci cominciamo a battere la Francia, poi si vedrà…