Mare di stelle

Quando è stata l’ultima volta che vi siete fermati a guardare le stelle?

Stasera, prima di rientrare dal solito giretto al bar (faccio il secondo turno questa settimana, quindi posso prendermela moooooooooolto comoda…) mi sono perso una mezz’ora a osservare il cielo sopra di me. C’era la Luna, il cui ultimo spicchio stava sorgendo ad est, c’era Giove, brillante come sempre, e c’era una distesa sterminata di stelle. Oddio, da casa mia non mi è concesso di vedere più di tanto (maledetti lampioni!), ma col cielo limpido era un peccato non dare almeno un’occhiata.

Al giorno d’oggi siamo così presi da quello che ci circonda che non riusciamo più a vedere al di là del nostro naso. Il lavoro, la crisi, il nostro futuro sempre più incerto e misterioso, eppure tutte quelle stelle sono sempre lì, e sono sempre state lì! Quante volte abbiamo consegnato loro le nostre paure, i nostri sogni, quante volte abbiamo sognato di viaggiare fino a raggiungere questi luoghi remoti, e proseguire oltre… Io non ho mai smesso di sognare, e non intendo certo smettere adesso. Ma l’umanità ha ormai perso quest’abitudine, dice che non ha tempo, ha cose più importanti a cui pensare. E allora sapete cosa vi dico? Sedetevi anche voi un momento e fermatevi a guardare le stelle. Solo pochi minuti, ma cercate di liberare la vostra mente e di non pensare ad altro. E vi accorgerete che la vostra vita sta scivolando via così in fretta che quando ve ne accorgerete sarà ormai troppo tardi. Si campa una volta sola, se non troviamo nemmeno il tempo per alzare gli occhi al cielo che campiamo a fare?

Scegli me

Speriamo che sia di buon auspicio…

Impresa mondiale

Sì, avete letto bene: impresa mondiale. Già, perché gli uomini che hanno rappresentato l’Italia ai mondiali in Sudafrica sono riusciti a compiere qualcosa di storico: per la prima volta da quando esistono i mondiali la nostra Nazionale è riuscita a tornare a casa senza vincere una partita!

Sono andato a riprendere tutti i miei almanacchi, e ad eccezione di due edizioni (nel 1930 e nel 1958) nelle quali l’Italia non partecipava, in tutte le altre almeno una partita l’avevamo vinta… Ma del resto, la nostra storia è piena di figuracce: basti pensare alle due Coree…

Inutile dire che sul web le battute sugli azzurri si sono sprecate. Se si considera poi che abbiamo la (poco) gradita compagnia della Francia allora veramente si tocca l’apice: ad esempio, finale anticipata Italia-Francia all’aeroporto!

Ma che dire di questo mondiale? Un torneo che, oltre che per la prova incolore dei nostri, verrà ricordato anche per uno strumento di tortura che ha massacrato le orecchie (e non solo quelle) di milioni di tifosi in tutto il mondo: le famigerate VUVUZELAS! Che poi tutti le odiano e le criticano, ma sapeste quanti soldi stanno facendo le imprese che le producono…

Nove e venti

Ahi che terribili nove della sera. Erano le nove (e venti) precise, le nove e venti a tutti gli orologi quando la sagoma di un eroe che non sorride s’è stagliata al margine dell’arena. E mentre il silenzio chiudeva sedicimila bocche, e sbarrava sedicimila paia d’ occhi, e il tempo sembrava essersi fermato su tutta l’arena, lui alzava una palla che nessuno poteva prendere, e nel silenzio andava a gonfiare la rete, e poi un urlo liberatorio da sedicimila bocche raccontava che sì, stavolta la sorte era con il Brescia, e il sogno inseguito e sognato mille volte stavolta sarebbe diventato realtà.
Erano le nove (e venti) precise della sera quando Davide Possanzini ha sbloccato il risultato di Brescia-Torino, scacciato i fantasmi di Livorno, cominciato a dare volto, anima, cuore e aritmetica alla partita del Brescia. La partita perfetta che ci voleva è infine arrivata.
Erano le nove e venti precise della sera quando, senza sangue e senza arena, è cominciata l’agonia del Toro: sì, l’indomito cuore granata, quello del mito e delle imprese, della sofferenza e del lungo purgatorio in B, arrivato a Brescia sull’onda di polemiche carognette e un po’ meschine, con duemilaottocento tifosi tetragoni agli schiaffi del calcio e della sorte, con il sindaco Sergio Chiamparino e il procuratore generale Giancarlo Caselli (maglia rigorosamente granata sotto la giacca) a fare da numi tutelari, appena defilati in tribuna.
A svelenire le ruggini di Torino, e della squalifica comminata e poi revocata a Bianchi per l’ imprecazione malandrina, è stato il tifoso solitario che nella curva granata ha issato la scritta «zio c’è». Malinconicamente rovesciata, alla fine, in un imprecatorio «zio cane».
Brescia ha risposto schierando tutta la città industriale e istituzionale, bancaria e imprenditoriale sulle tribune del Rigamonti, con mezza giunta comunale in maglietta biancazzurra, distinti docenti a sbracciarsi come ragazzini, compunti banchieri e dirigenti d’azienda a fare la ola manco fossero ultras della curva.
Sì, erano le nove e venti a tutti gli orologi quando la partita del Brescia ha cominciato a tingersi dei colori del mito, ad assumere i contorni dell’impresa, a rimandare i bagliori della storia. A raccontare la scena non c’era però un poeta andaluso dal destino fatale ma cronisti accaldati, giornaliste descamisade e generose di abbracci, ugole arrochite dalla gioia e dallo strazio, compunti esperti delle tattiche calcistiche che hanno tifato spudoratamente. Come ultras. Tanti avrebbero voluto complimentarsi con Gino Corioni, l’uomo solo al comando, ma lui – sostenuto da un cardiotonico invidiabile – ha scelto di soffrire da solo, rannicchiato in panchina, a vivere in solitaria una partita che per lui – e solo lui – poteva aprire il baratro finanziario o l’olimpo milionario dei diritti della A.
Sì, la partita perfetta riporta la Brescia del calcio (e non solo) al rango che compete alla terza potenza industriale d’Italia. L’anno prossimo, sul rettangolo del Rigamonti, sulle tribune scalcagnate delle mille imprese, delle mille sofferenze, delle gioie scarne e perciò più belle, sfileranno non più il Crotone e il Grosseto ma gli squadroni da Champions.
Nella sfida fra le due città operaie, quella della Fiat e quella dell’Iveco, quella delle Olimpiadi e quella che fatica a mettere assieme una cittadella dello sport, quella di Cavour e quella di Zanardelli, quella di don Bosco e quella di Montini, alla fine ha prevalso la seconda. La nostra.
Il merito? A giudicare dalla partita perfetta di ieri al Rigamonti, il merito è degli undici leoni scesi in campo, del tecnico che li ha schierati, del presidente che per un anno e più li ha coccolati, strigliati quando serviva, spronati come un padre. A voler scegliere un’icona della partita perfetta di ieri viene in mente Vass, col suo calcio danubiano innervato da rabbia magiara, oppure capitan Possanzini da Loreto miracolato nei piedi e nella generosità infinita di gioco, o il gavardese Zambelli dall’indomita fede biancazzurra che su facebook aveva promesso «stasera Toro allo spiedo», o il bravo Arcari che ha respinto (quasi) tutte le incornate granata.
Se oggi un’intera città può permettersi di guardare dall’alto in basso, senza deferenza e senza soggezione, città come Bergamo e Verona il merito è anche loro. Ahi che terribili nove della sera. Belle. Terribili. E indimenticabili.

(Massimo Tedeschi, fonte www.bresciaoggi.it)

Provo a tornare

Devo ammetterlo: questo blog mi manca. Del resto, con la scusa che il mondo intero si è spostato su Facebook, anche la mia attenzione s’è spostata verso il più famoso social network. Ma come avrete notato (o noterete ora) non ho mai chiuso il mio piccolo blog, che ha avuto il grande merito di cambiarmi positivamente l’esistenza.

Stasera il Brescia si gioca la serie A col Torino, ed io sono già alquanto nervoso. Così, mentre la Lady ancora dorme, io sono già in piedi da oltre due ore. Dopo aver ascoltato un po’ di musica ho deciso di postare questo video, il cui titolo spero possa essere d’auspicio per la mia squadra del cuore. Nei prossimi giorni comunque chissà, magari mi rivedrete più spesso qui…

Le facce della crisi

Da diversi mesi ormai il mondo è entrato in quella che viene definita la più profonda crisi economica del dopoguerra. In effetti quello che stiamo vivendo assomiglia molto alla Grande Depressione che colpì il mondo a seguito dell’ottobre nero del ’29. Per chi non sapesse di preciso cosa successe in quel periodo mostro un grafico che indica l’andamento dell’indice del Dow Jones da ottobre 1928 a ottobre 1930, evidenziando il calo più netto tra ottobre e novembre 1929 (sono infatti passate alla storia due date: il 24 e il 29 ottobre, chiamate rispettivamente giovedì nero e martedì nero):

(fonte: Wikipedia)

Come si può notare dal grafico, ai due giorni neri seguì una leggera ripresa, non abbastanza ovviamente da tornare ai livelli precedenti, ma sufficiente per creare nei mesi successivi un certo ottimismo nell’ambiente. E’ una cosa che sta succedendo anche in questi mesi, ma quanto avete visto però era solo l’inizio della Grande Depressione: osservate quest’altro grafico…

(fonte: MilanoFinanza)

Qui possiamo vedere l’andamento del Dow Jones in un periodo che si estende fino a 2 anni dopo il precedente grafico. Se ne deduce che il ’29 fu solo l’inizio di quello che si rivelò essere un immane disastro per l’economia americana (e mondiale, visto che le altre borse del mondo si comportano più o meno come Wall Street).

Chiaramente, il mondo è cambiato radicalmente negli ultimi 80 anni, e anche l’economia. Perciò i valori che vedete riportati in questi grafici sono piuttosto lontani dai valori odierni. Quelle però che sono rimaste simili sono le proporzioni, almeno nell’estremità sinistra del grafico qui sopra (diciamo fino a metà 1930), anche se va detto che la discesa attuale è un po’ più pigra di quella del ’29. Comunque, se quanto accaduto dovesse verificarsi di nuovo oggi dovremo quindi aspettarci un calo esponenziale degli indici per i prossimi 2 anni, con un conseguente e pesantissimo aumento della crisi: già stiamo inguaiati adesso, non oso immaginare gra 2 anni di continua e costante recessione… Da notare che il valore massimo raggiunto prima della depressione è stato eguagliato dopo oltre 24 anni: vabbè che c’è stata una Guerra Mondiale di mezzo che è durata 6 anni, ma si parla comunque di un periodo lunghissimo.

Come ben saprete, la Grande Depressione degli anni ’30 non fu l’unica crisi economica prima di questa. Alcuni di voi avranno senz’altro vissuto, e quindi ricorderanno, la crisi petrolifera degli anni ’70. Agevolo un grafico dell’andamento del Dow Jones all’epoca, giusto per farci un’idea:

(fonte: MilanoFinanza)

Nel giro di pochi anni, e per cause diverse, la borsa newyorkese registrò due notevoli cali nel giro di pochi anni, riuscendo poi però a rialzarsi in entrambe le occasioni. Wall Street registrò inoltre un tonfo nell’ottobre 1987, ma la cosa venne riassorbita in un paio d’anni. Per il resto è stato sempre un continuo crescendo. Fino al 2008. Che poi, ufficialmente questa crisi è cominciata nel settembre 2007, come si può vedere da questo grafico:

(fonte: The Big Picture)

Manca il dettaglio degli ultimi 2 mesi, ma la buona notizia è che il livello è leggermente salito, superando nuovamente i 10.000 punti. Se dovessimo ripetere la crisi petrolifera del ’73 potremo auspicare una ripresa che nel giro di un paio d’anni ci riporterebbe sui valori precedenti il crack finanziario.

Due considerazioni: la prima è che ho preso in considerazione l’andamento dell’indice Dow Jones, il più importante della borsa di New York. I valori di tale indice non sempre corrispondono a quelli delle altre borse, in particolare europee ed asiatiche, ma spesso (anzi, quasi sempre) la tendenza al rialzo o al ribasso (specie se marcata) dell’indice di Wall Street incide positivamente o negativamente sulle altre borse, che registrano variazioni solitamente simili. La seconda considerazione è che alcuni di voi sicuramente lamenteranno l’accostamento degli indici di borsa con quella che è la crisi che colpisce noi lavoratori, constatando che il problema di noi comuni cittadini non deriva dalle borse. Ebbene, forse non deriva da lì, ma non è un caso che al calo delle borse coincida una crisi del lavoro. E tutto questo non una sola volta nella storia…

Ammortizzatori sociali

Logo Regione LombardiaLa crisi economica sta flagellando il mondo intero, e come ben saprete anche in Italia siamo nei guai fino al collo. La Regione Lombardia, che con tutte le sue fabbriche grandi e piccole sta subendo questa situazione forse maggiormente delle altre, ha pensato bene di aiutare in maniera concreta i lavoratori colpiti da questa crisi: in particolare, ha deciso di finanziare una serie di corsi con lo scopo di aiutare coloro che hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione, fornendo loro una formazione professionale utile per il loro reinserimento nel mondo del lavoro.

Fortunatamente io il lavoro non l’ho perso, ma poco ci manca (e intanto attendo alcuni stipendi arretrati). Siamo dovuti ricorrere anche noi alla cassa integrazione, ma il sindacato con cui abbiamo siglato l’accordo ci ha imposto di iscriverci entro 45 giorni ad uno di questi corsi, altrimenti non avremmo potuto ottendere l’indennizzo di cassa (in parole povere: se non ti iscrivi non prendi i soldi…). Le istruzioni parlavano di chiamare un numero verde o recarsi sul sito della Regione (nell’apposita sezione) e ottenere così la lista degli operatori accreditati, in modo da poter scegliere quello più congeniale alle mie esigenze. Così vado sul sito, mi registro, compilo il questionario e vado a vedere la lista dei corsi: vedo un istituto a 10 km da casa mia e decido di recarmi là.

La prima visita a questo istituto si è rivelata inutile: nonostante sulla porta della segreteria ci fosse riportato un orario di apertura 16.30-18.30, alle 16.45 non c’era ancora nessuno. Perciò ritorno dopo qualche giorno e mi trovo una sorpresa: devo recarmi in un’agenzia che mi iscriverà alla dote ammortizzatori sociali e poi mi assegnerà il corso. Mostro la mia iscrizione al sito internet, ma niente da fare. Vengo così spedito a questa agenzia in città a Brescia, che mi fissa appuntamento a 2 giorni dopo. Puntualmente (e con 4 ore di ferie in meno) mi reco al posto concordato, dove mi trovo a ripetere esattamente le stesse cose fatte a casa su internet (viene da chiedersi: ma allora a che serve il servizio online? 😕 ). A seguire abbiamo cercato insieme un corso adatto: essendo piuttosto ferrato sui computer ho chiesto un corso avanzato di informatica. Ma nell’istituto che avevo scelto io su internet non organizzavano corsi, da un’altra parte c’era il tutto esaurito e da un’altra ancora organizzavano solo corsi di netturbino o saldatore a filo (che a me non interessa affatto). Alla fine ho dovuto scegliere tra un corso di informatica livello base-intermedio (che potrei tranquillamente insegnare io), della durata di 10 giorni, e un altro di sicurezza del magazzino (che, a dire il vero, sarebbe più utile nei confronti del mio attuale impiego) che però si svolgeva a 50 km da casa mia e durava fino ad agosto. E poiché poi c’è l’obbligo di frequenza, mi sono adeguato al corso di base…

computer-doktorVenerdì il corso giunge al termine. Non potrò ottenere l’attestato, in quanto dovevo frequentare il corso almeno 24 ore su 32 (e ne ho già saltate 12), ma per la Regione sono a posto: qualora non posso recarmi al corso devo portare una giustifica firmata dal titolare (o dal medico in caso di malattia). Ma mi chiedo: se la Regione sborsa una certa cifra per farmi fare un corso e poi io per ragioni di lavoro non lo frequento, dove vanno quei soldi? E per quanti lavoratori si verifica la stessa situazione? Io non ci smeno nulla, d’accordo, ma questo servizio (che pure è una bella iniziativa) secondo me poteva essere organizzato e gestito meglio…